La generazione che saprà scrivere con l’IA, ma non saprà più discutere
Da quando l’intelligenza artificiale generativa è entrata nella nostra vita quotidiana, una delle preoccupazioni che sento ripetere più spesso riguarda la scrittura.
Gli studenti useranno ChatGPT per fare i compiti, i professionisti delegheranno la redazione delle email, le persone si abitueranno a chiedere a una macchina di formulare ciò che prima avrebbero scritto autonomamente. Da qui una conclusione quasi automatica: le nuove generazioni non sapranno più scrivere.
È una possibilità che non va liquidata, ma ho l’impressione che ci stiamo concentrando sul problema sbagliato. Il rischio che mi preoccupa maggiormente non è che smetteremo di scrivere, ma che stiamo progressivamente dimenticando come si parla. O, più precisamente, come si dialoga.
Dalla conversazione al messaggio
Basta osservare il modo in cui comunichiamo ogni giorno. Telefoniamo sempre meno. La telefonata, che fino a pochi anni fa rappresentava una delle forme più normali della comunicazione a distanza, viene oggi spesso percepita quasi come un’intrusione. Prima di chiamare qualcuno gli scriviamo per chiedergli se possiamo telefonare e molte conversazioni che un tempo si sarebbero svolte in dieci minuti vengono distribuite nell’arco di ore attraverso una sequenza di messaggi.
Naturalmente non c’è nulla di necessariamente negativo nella messaggistica istantanea: è comoda, permette di comunicare senza interrompere ciò che stiamo facendo e consente di mantenere relazioni che altrimenti sarebbero più difficili da coltivare. Il problema nasce quando diventa la forma quasi esclusiva della comunicazione.
Scrivere un messaggio, infatti, non significa soltanto utilizzare un mezzo differente. Significa modificare la struttura stessa dell’interazione. Posso leggere quando voglio, rispondere quando voglio, ignorare temporaneamente una domanda, tornare indietro, correggere ciò che ho scritto prima di inviarlo e interrompere la conversazione senza dover affrontare immediatamente la reazione dell’altro. Il dialogo orale non concede tutte queste possibilità. Proprio per questo richiede capacità differenti: ascolto, memoria, attenzione, rapidità nell’elaborazione, capacità di cogliere un’obiezione non prevista e di modificare il proprio ragionamento mentre lo si sta costruendo.
I messaggi vocali sembrano aver riportato l’oralità all’interno della comunicazione digitale, ma anche qui il discorso è più complesso. Utilizziamo la voce, l’intonazione e le pause, ma il vocale resta molto spesso un piccolo monologo. Premiamo un pulsante, parliamo fino a quando abbiamo terminato ciò che volevamo dire e poi inviamo. Nessuno ci interrompe, nessuno ci chiede di precisare un concetto mentre lo stiamo formulando, nessuno modifica improvvisamente la direzione del nostro ragionamento. L’altro ascolterà quando potrà e, magari, risponderà con un altro vocale.
Abbiamo usato la voce, ma non necessariamente abbiamo dialogato. È una forma di oralità asincrona che conserva molti dei vantaggi della scrittura: ciascuno dispone del proprio spazio comunicativo e può occuparlo senza essere realmente costretto a negoziarlo con l’altro.
Il dialogo non trasmette soltanto il pensiero: lo costruisce
Una telefonata o una conversazione faccia a faccia funzionano in modo diverso. Mentre parlo percepisco le esitazioni dell’interlocutore, posso essere interrotto, una domanda può obbligarmi a spiegare meglio ciò che sto dicendo e un’obiezione può costringermi a riconsiderare una frase pronunciata pochi secondi prima. Non controllo completamente la conversazione e proprio questa perdita di controllo rappresenta una parte importante del suo valore.
Il dialogo è infatti uno degli esercizi cognitivi più complessi che pratichiamo quotidianamente, anche se siamo talmente abituati a considerarlo naturale da non rendercene più conto.
Tendiamo a pensare al linguaggio come a uno strumento attraverso il quale comunichiamo pensieri già formati. Prima penso qualcosa e poi lo esprimo. In realtà l’esperienza quotidiana ci mostra continuamente che il processo è molto più complesso.
Quante volte comprendiamo davvero ciò che pensiamo soltanto mentre proviamo a spiegarlo a qualcuno?
Quante volte iniziamo una conversazione convinti di una posizione e, dopo aver dovuto rispondere alle domande dell’altro, ci accorgiamo che quella posizione era meno solida di quanto immaginassimo?
Il dialogo non è semplicemente la trasmissione di un pensiero: è uno dei luoghi nei quali il pensiero viene costruito.
L’altro introduce continuamente qualcosa che non avevamo previsto. Una domanda, un’obiezione, un esempio, una prospettiva differente. Noi dobbiamo reagire, ricordare ciò che è stato detto qualche minuto prima, collegarlo a ciò che stiamo dicendo adesso, riconoscere una contraddizione, modificare un argomento, trovare una parola più precisa. È proprio questa imprevedibilità a rendere la conversazione un esercizio così sofisticato. La comunicazione digitale, invece, tende progressivamente a ridurre questa imprevedibilità, offrendoci un controllo sempre maggiore sui tempi, sulle modalità e perfino sui contenuti della risposta.
Posso decidere quando leggere, quando rispondere, cosa cancellare e cosa riscrivere. Posso persino lasciare che sia un sistema di intelligenza artificiale a suggerirmi la risposta più appropriata. Ogni passaggio aumenta il nostro controllo sulla comunicazione, ma produce anche un paradosso: più controlliamo il modo in cui comunichiamo, meno siamo costretti ad allenare quelle capacità che servono quando il controllo scompare.
Durante una conversazione non esiste il tasto modifica, non possiamo chiedere all’altro di attendere mentre cerchiamo una formulazione migliore e non possiamo rileggere gli ultimi tre minuti della discussione per ricordare esattamente cosa abbia detto. Dobbiamo esserci, ascoltare, interpretare e rispondere.
Non è un problema delle nuove generazioni
Sarebbe facile trasformare tutto questo nell’ennesimo discorso sulle nuove generazioni e concludere che “i ragazzi non sanno più parlare”. Non credo che sia questo il punto. Ogni generazione sviluppa le proprie capacità all’interno dell’ambiente nel quale vive.
Se un adolescente comunica prevalentemente attraverso messaggi, social network, brevi video e vocali asincroni, non sta scegliendo deliberatamente di rinunciare al dialogo. Sta semplicemente utilizzando gli strumenti che la società gli ha messo a disposizione. Il problema, quindi, non è stabilire se una generazione sia migliore o peggiore della precedente, ma comprendere quali capacità un determinato ambiente tecnologico tende ad allenare e quali, invece, tende a rendere meno necessarie.
Intelligenza artificiale e dialogo: il paradosso
Ed è proprio qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale. È curioso che, mentre la conversazione umana sembra perdere spazio, stiamo costruendo macchine progettate per conversare con noi. Parliamo sempre meno con le persone e sempre di più con sistemi artificiali.
Anche qui emerge un paradosso interessante: un’intelligenza artificiale è un interlocutore estremamente disponibile. Non si stanca, non si irrita se ripetiamo una domanda, non ci interrompe per raccontare la propria esperienza, aspetta tutto il tempo necessario mentre formuliamo una risposta e può adattarsi continuamente al nostro modo di comunicare.
La conversazione umana fa qualcosa di molto diverso. Ci costringe ad adattarci all’altro. Una persona ha tempi differenti dai nostri, conoscenze differenti, sensibilità differenti. Può fraintenderci, contestarci, annoiarci, interromperci e obbligarci a spiegare meglio ciò che pensavamo fosse evidente. È un interlocutore molto meno efficiente di un sistema artificiale, ma forse non tutto ciò che rende inefficiente una conversazione rappresenta un difetto. Una parte importante del valore del dialogo nasce proprio dall’attrito, dalla necessità di confrontarsi con qualcosa che non è stato costruito per adattarsi perfettamente a noi.
La competenza che rischiamo di non insegnare più
Continuiamo a discutere, giustamente, di come insegnare ai ragazzi a utilizzare correttamente l’intelligenza artificiale. Dovranno imparare a verificare le informazioni, comprendere i limiti dei modelli, riconoscere gli errori, formulare richieste efficaci e utilizzare questi strumenti senza delegare completamente il proprio pensiero. Ma forse dovremmo preoccuparci anche di una competenza molto più antica: saper sostenere una conversazione, ascoltare qualcuno per alcuni minuti senza guardare uno schermo, seguire un ragionamento, formulare un’obiezione, accettare di essere contraddetti, difendere una posizione senza trasformare il confronto in uno scontro e, quando necessario, riconoscere che l’altro ci ha fatto cambiare idea.
Curiosamente, sono proprio queste capacità a servire anche per utilizzare bene un’intelligenza artificiale. Chi non sa formulare una domanda difficilmente saprà formulare una buona richiesta. Chi non sa riconoscere una contraddizione difficilmente individuerà quella prodotta da un modello. Chi non è abituato a costruire un ragionamento tenderà più facilmente ad accettare quello che la macchina gli presenta già confezionato.
Per questo il problema non può essere ridotto alla paura che l’intelligenza artificiale ci faccia scrivere meno. La questione più profonda riguarda il modo in cui l’intero ecosistema tecnologico sta modificando le pratiche attraverso le quali esercitiamo il pensiero.
Il vero rischio non è smettere di scrivere
È possibile che l’intelligenza artificiale cambi profondamente il nostro rapporto con la scrittura.
Probabilmente scriveremo in modo diverso e molti testi nasceranno da una collaborazione sempre più stretta tra uomo e macchina. Ma non sono certo che sia questo il cambiamento del quale dovremmo preoccuparci maggiormente. La scrittura dispone oggi di strumenti potentissimi che possono persino aiutarci a migliorarla. Il dialogo, invece, non può essere ridotto allo scambio di messaggi, perché dialogare non significa semplicemente trasferire informazioni da una persona all’altra. Significa esporsi all’imprevedibilità dell’altro e lasciare che quella imprevedibilità modifichi il nostro pensiero.
Forse, allora, il rischio più grande non è una generazione incapace di scrivere senza ChatGPT. Potrebbe essere una società perfettamente capace di produrre testi, immagini e messaggi, ma progressivamente meno capace di sedersi davanti a un’altra persona e costruire insieme un ragionamento.
Stiamo insegnando alle macchine a parlare sempre meglio. Dovremmo assicurarci, nel frattempo, di non dimenticare noi come si fa.
