Linguaggio e Attualità

Carta stampata, social e algoritmi: come è cambiato il modo di scoprire la cultura

Da ragazzo ho sempre letto molto. Riviste, quotidiani, libri di ogni genere, spesso senza una selezione particolarmente rigorosa e, soprattutto, senza sapere in anticipo dove quella lettura mi avrebbe portato. Ripensandoci oggi, credo che proprio questa indeterminatezza rappresentasse uno degli aspetti più importanti dell’esperienza culturale legata alla carta stampata: compravi una rivista perché ne conoscevi l’identità, perché ti piaceva il modo in cui raccontava il mondo, ma raramente conoscevi tutti gli argomenti che avresti trovato al suo interno.

La sfogliavi e, accanto all’articolo che magari aveva attirato la tua attenzione in copertina, incontravi qualcosa di cui non sapevi nulla. Una scoperta scientifica, un avvenimento storico, un luogo, uno scrittore, una tecnologia. Non avevi cercato quell’argomento perché, banalmente, non sapevi che esistesse. Eppure qualcuno aveva deciso di mettertelo davanti, inserendolo all’interno di un contesto editoriale che riconoscevi e di cui, in qualche misura, ti fidavi.

Internet ha radicalmente trasformato questo rapporto con la conoscenza. Oggi abbiamo accesso a una quantità di informazioni che la mia generazione, da ragazza, non avrebbe neppure potuto immaginare. Posso leggere in pochi secondi un articolo pubblicato dall’altra parte del mondo, consultare un archivio, ascoltare una lezione universitaria, approfondire un concetto appena incontrato, confrontare fonti differenti. Sarebbe assurdo negare che, dal punto di vista dell’accessibilità alla conoscenza, il digitale abbia rappresentato un progresso straordinario.

Eppure esiste un problema strutturale che raramente prendiamo in considerazione: per cercare qualcosa dobbiamo sapere, almeno approssimativamente, che quella cosa esiste.

Google può rispondere a quasi qualsiasi domanda, ma la domanda dobbiamo formularla noi. Wikipedia può portarci all’interno di un territorio sterminato di conoscenza, ma dobbiamo prima arrivare alla voce dalla quale iniziare. YouTube contiene migliaia di documentari, conferenze e lezioni di altissimo livello, ma in qualche modo dobbiamo decidere di guardarli. Il digitale ha eliminato gran parte delle barriere che separavano una persona dalla conoscenza, ma ha contemporaneamente trasferito sulla persona una parte della responsabilità della selezione.

Ed è proprio qui che la vecchia rivista svolgeva una funzione che forse abbiamo sottovalutato.

La selezione editoriale e la scoperta dell’inaspettato

Una rivista non era semplicemente un contenitore di testi. Era un dispositivo culturale costruito da qualcuno che selezionava una porzione di realtà e decideva di proporla al lettore. Il direttore, i redattori, gli autori stabilivano cosa meritasse attenzione, quale spazio attribuirgli, in quale ordine presentarlo e attraverso quale linguaggio raccontarlo.

Naturalmente quella selezione non era neutrale. Ogni pubblicazione aveva una propria visione del mondo, interessi commerciali, orientamenti culturali e, nel caso dei quotidiani, spesso anche una collocazione politica riconoscibile. Ma il lettore era consapevole di entrare all’interno di quello specifico ambiente editoriale. Comprava una testata proprio perché ne conosceva l’identità.

La cosa interessante è che, una volta entrato, accettava di perdere almeno in parte il controllo su ciò che avrebbe incontrato.

Si potrebbe parlare di serendipità, ma credo che il termine descriva solo parzialmente il fenomeno. Non era infatti una scoperta completamente casuale. Era una casualità mediata. Qualcuno aveva già compiuto una scelta prima di noi, ritenendo che un determinato argomento potesse essere interessante per il pubblico di quella pubblicazione. Io non lo avevo cercato, ma qualcuno aveva deciso che valeva la pena farmelo incontrare.

Oggi i social network sembrano svolgere una funzione analoga. Anche lì gran parte di ciò che vediamo non deriva da una ricerca esplicita: apriamo un’applicazione e iniziamo a ricevere contenuti selezionati per noi. La somiglianza, però, è soltanto apparente, perché è cambiato completamente il criterio con cui avviene la selezione.

La redazione sceglieva i contenuti sulla base dell’identità della pubblicazione e dell’idea che aveva del proprio lettore. L’algoritmo sceglie i contenuti sulla base del comportamento effettivo dell’utente: ciò su cui si sofferma, ciò che guarda fino alla fine, quello che condivide, quello che ignora, quello che provoca una reazione.

Nel primo caso il processo poteva portarci lontano da ciò che già conoscevamo. Nel secondo tende inevitabilmente a partire da ciò che abbiamo già dimostrato di apprezzare.

È una differenza enorme, perché un sistema costruito per prevedere i nostri interessi rischia, proprio nel momento in cui diventa più efficiente, di restringere progressivamente il territorio della scoperta. Più l’algoritmo impara a conoscerci, più diventa bravo a restituirci una versione del mondo compatibile con noi.

La vecchia rivista poteva sorprendermi perché non mi conosceva abbastanza.

L’algoritmo rischia di sorprendermi sempre meno proprio perché mi conosce troppo.

Dall’edicola al feed

Entrare oggi in un’edicola produce una sensazione particolare per chi ha conosciuto quella di venti o trent’anni fa. Gli spazi dedicati alle riviste si sono ridotti, molte testate sono scomparse e altre hanno una distribuzione talmente limitata da essere difficilmente reperibili fuori dalle grandi città. I quotidiani resistono meglio, sostenuti da modelli economici differenti e anche dalle diverse forme di sostegno all’editoria, ma il mondo delle riviste generaliste e specialistiche che occupavano intere pareti delle edicole si è enormemente contratto.

Mi dispiace soprattutto pensando ai ragazzi, ma non perché ritenga la carta intrinsecamente superiore al digitale o perché immagini la mia adolescenza come un’età dell’oro della cultura. Sarebbe una ricostruzione falsa. Anche noi trascorrevamo ore davanti a contenuti perfettamente inutili, guardavamo programmi stupidi, giocavamo, perdevamo tempo e cercavamo intrattenimento.

Io stesso, da ragazzo, accendevo la televisione per guardare cartoni animati e telefilm. Ma nello stesso apparecchio, all’interno dello stesso palinsesto, incontravo Piero Angela.

E non perdevo una sua trasmissione.

La cosa interessante, ripensandoci, è che non credo di aver deciso consapevolmente, a dieci o dodici anni, di essere interessato all’astronomia, alla paleontologia, alla medicina, all’archeologia o all’evoluzione. Semplicemente quegli argomenti arrivavano davanti a me. La televisione generalista, con tutti i suoi limiti, possedeva ancora una funzione editoriale molto forte: qualcuno costruiva un palinsesto nel quale intrattenimento, informazione e divulgazione convivevano.

Piero Angela occupava lo stesso spazio tecnologico dei cartoni animati.

Oggi un ragazzo può probabilmente trovare online una quantità di divulgazione scientifica infinitamente superiore a quella che avevo a disposizione io. Può assistere gratuitamente a lezioni, seguire ricercatori, entrare virtualmente nei musei, ascoltare podcast specialistici, utilizzare strumenti di intelligenza artificiale per farsi spiegare un concetto che non comprende. Da questo punto di vista dispone di opportunità straordinarie.

La domanda, però, è un’altra: come arriva a quei contenuti?

Se deve già sapere che esistono, deve essere già sufficientemente curioso da cercarli. E soprattutto deve farlo all’interno dello stesso ambiente digitale nel quale compete un’offerta di intrattenimento praticamente illimitata, progettata per ridurre al minimo lo sforzo necessario a ottenere una gratificazione.

Non credo quindi che il problema siano i ragazzi, né che abbia molto senso sostenere che le nuove generazioni siano meno curiose o meno interessate alla cultura. La curiosità non appartiene a una generazione. Cambia, però, l’ambiente nel quale viene sollecitata.

Quando il mediatore culturale diventa un algoritmo

Per molto tempo abbiamo avuto una quantità enorme di mediatori culturali. La scuola, naturalmente, ma anche la biblioteca, la libreria, il giornale, la rivista, la televisione, il libraio, il giornalista, il divulgatore. Persino l’edicola era, nella sua semplicità, un luogo nel quale il mondo veniva materialmente disposto davanti ai nostri occhi e bastava spostare lo sguardo di pochi centimetri per incontrare qualcosa che non conoscevamo.

Questi mediatori selezionavano. Ed è proprio la selezione che oggi tendiamo a considerare con sospetto, perché siamo abituati all’idea che avere accesso a tutto equivalga ad avere maggiore libertà.

Non è necessariamente così.

L’accesso potenzialmente infinito ai contenuti non elimina la mediazione. La sposta.

Qualcuno deve comunque decidere cosa comparirà per primo sul nostro schermo, quale video seguirà quello appena terminato, quale contenuto verrà suggerito, quale notizia sarà considerata rilevante. Solo che quel qualcuno non è più necessariamente un direttore, un autore o un divulgatore. È sempre più spesso un sistema di raccomandazione che utilizza i dati sul nostro comportamento per massimizzare la probabilità che continuiamo a restare sulla piattaforma.

Non siamo quindi passati da un mondo nel quale qualcuno decideva per noi a un mondo nel quale scegliamo liberamente. Siamo passati da una forma di mediazione riconoscibile a una forma di mediazione personalizzata, automatica e spesso invisibile.

Ed è forse questo l’aspetto che mi interessa maggiormente.

La carta stampata non aveva valore soltanto perché era fatta di carta. Aveva valore perché rappresentava un oggetto finito, costruito secondo una logica editoriale che non cambiava in funzione di chi lo stava leggendo. Io e un’altra persona potevamo comprare la stessa rivista e, pur soffermandoci su articoli differenti, avevamo davanti lo stesso mondo possibile.

Il feed digitale fa esattamente l’opposto. Parte da uno spazio apparentemente comune per costruire progressivamente un mondo differente per ciascuno di noi.

Forse, allora, il vero problema educativo dei prossimi anni non sarà insegnare ai ragazzi a utilizzare gli strumenti digitali. Quelli impareranno comunque a usarli, spesso molto meglio degli adulti. Bisognerà insegnare loro a sottrarsi periodicamente alla logica della personalizzazione, a cercare intenzionalmente qualcosa che non appartiene ancora ai propri interessi, a frequentare fonti che non sono state selezionate sulla base del loro comportamento precedente.

In altre parole, dovremo imparare a ricostruire artificialmente quella possibilità di incontro casuale con la conoscenza che la vecchia editoria produceva quasi senza che ce ne accorgessimo.

Perché il rischio più grande del digitale non è che ci impedisca di conoscere. Al contrario, non abbiamo mai avuto a disposizione così tanta conoscenza.

Il rischio è che, in mezzo a una quantità infinita di cose che potremmo scoprire, finiamo per incontrare soprattutto quelle che qualcuno ha calcolato essere già compatibili con ciò che siamo.

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