Rerum novarum e l’era dell’IA: cosa può insegnarci oggi Leone XIII all’inizio del pontificato di Leone XIV
Rileggere Rerum novarum nell’inizio del pontificato di Leone XIV
Ci sono testi che non appartengono soltanto al loro tempo, ma che diventano lenti attraverso cui leggere ogni trasformazione successiva. Le encicliche papali sono tra questi: non meri documenti dottrinali, ma strumenti di osservazione della realtà, spesso più attenti e più lucidi delle analisi economiche, politiche o sociologiche del loro stesso periodo.
La Rerum novarum di Leone XIII appartiene a questa categoria di testi “sismici”. Non fotografa soltanto il mondo industriale di fine Ottocento: registra un cambiamento antropologico profondo, il modo in cui la rivoluzione tecnica ridefiniva il lavoro, la dignità dell’uomo, i legami sociali. È un documento che non interpreta la tecnica come destino, ma come contesto entro cui ricostruire un’etica condivisa.
Oggi, all’inizio del pontificato di Leone XIV, ci ritroviamo in una situazione sorprendentemente simile. Anche il nuovo Papa eredita un mondo attraversato da una trasformazione che non riguarda soltanto le strutture economiche, ma la forma stessa dell’umano: l’automazione delle decisioni, la dematerializzazione del lavoro, l’espansione dell’intelligenza artificiale nei processi educativi e nella vita quotidiana, la fragilità delle relazioni sociali in un ambiente digitale sempre più totalizzante.
La tecnica non è più soltanto strumento: ha assunto le caratteristiche di un ambiente. Non la “usiamo”, ma viviamo al suo interno. Come la fabbrica ottocentesca rese l’uomo operaio, il sistema digitale tende oggi a renderlo dato, profilo, nodo di una rete. È questa la questione antropologica decisiva del nostro tempo.
In questo scenario, leggere Rerum novarum non è un esercizio storico, ma un metodo.
Le encicliche insegnano a guardare il mondo non dalla prospettiva dell’allarme, ma da quella della responsabilità. Mostrano come la Chiesa abbia sempre affrontato le accelerazioni tecniche non rifiutandole, ma riconducendole entro una cornice etica che salvaguardi la dignità della persona.
Per questo, l’inizio del pontificato di Leone XIV assume un significato particolare. Non perché si debba attendere un nuovo documento, ma perché ci troviamo nel momento in cui la questione della tecnica torna ad essere, come nel 1891, un nodo cruciale per il futuro della convivenza umana. L’intelligenza artificiale, la gestione algoritmica delle informazioni, la precarietà del lavoro digitale, la progressiva erosione dello spazio dell’umano nelle decisioni pubbliche: sono tutti temi che richiedono una voce capace di restituire profondità a un dibattito spesso dominato dall’urgenza o dalla paura.
Se Rerum novarum rappresentò il primo tentativo sistematico di proporre una lettura etica della modernità industriale, potremmo oggi trovarci di fronte al momento in cui elaborare una visione altrettanto lucida per la modernità algoritmica. La storia sembra chiedere, ancora una volta, uno sguardo capace di comprendere la tecnica senza assolutizzarla, di riconoscerne la potenza senza consegnarle la definizione dell’umano.
Per questo motivo ho iniziato a leggere le encicliche come si leggerebbero i grandi testi filosofici: non per devozione, ma per comprendere il modo in cui ogni epoca ha risposto alle sue crisi tecniche. Esse sono, a tutti gli effetti, un archivio antropologico. Rivelano come l’umanità abbia continuamente rinegoziato il proprio posto nel mondo quando la tecnica cambiava improvvisamente direzione.
Oggi attraversiamo un’altra di queste soglie. E forse sta proprio qui il compito più urgente del nuovo pontificato: fornire una bussola che permetta di abitare la tecnica senza esserne dominati, e di riconoscere nell’accelerazione contemporanea non un nemico, ma una sfida alla responsabilità.
