Filosofia e Linguistica

Gentrificazione immateriale: la città nell’era della dematerializzazione

Le serrande si abbassano e si rialzano a ritmo incessante lungo le vie dei centri storici.

Le insegne storiche si spengono; le vetrine restano intatte ma il contenuto varia; i negozi di quartiere scompaiono uno dopo l’altro lasciando spazio ad attività commerciali in linea con la velocità del tempo.

Il fast food, che un tempo rappresentava l’idea di una vita produttiva, frenetica, che relegava al nutrimento un ruolo esclusivamente di sostegno, oggi potrebbe essere annoverato nella filiera slow food, soppiantato dallo street food che non prevede neanche una mensola sulla quale poggiarsi per consumare un pasto veloce. Un trancio di pizza, un panino, un’arancina e via, a camminare lungo le strade alla ricerca di non si sa quale “experience”.

Non è un’immagine malinconica, ma un dato di fatto: le città si stanno trasformando.

Ciò che una volta era materia sociale — incontro, voce, presenza — si sta dissolvendo in qualcosa di più sottile e sfuggente.

È il riflesso urbano di un processo più ampio: la dematerializzazione della società.


Oltre la gentrificazione classica

A Maurilia, il viaggiatore è invitato a visitare la città e nello stesso tempo a osservare certe vecchie cartoline illustrate che la rappresentano com’era prima: la stessa identica piazza con una gallina al posto della stazione degli autobus, il chiosco della musica al posto del cavalcavia, due signorine col parasole bianco al posto della fabbrica di esplosivi.
Per non deludere gli abitanti occorre che il viaggiatore lodi la città nelle cartoline e la preferisca a quella presente, avendo però cura di contenere il suo rammarico per i cambiamenti entro regole precise: riconoscendo che la magnificenza e prosperità di Maurilia diventata metropoli, se confrontate con la vecchia Maurilia provinciale, non ripagano d’una certa grazia perduta, la quale può tuttavia essere goduta soltanto adesso nelle vecchie cartoline, mentre prima, con la Maurilia provinciale sotto gli occhi, di grazioso non ci si vedeva proprio nulla, e men che meno ce lo si vedrebbe oggi, se Maurilia fosse rimasta tale e quale, e che comunque la metropoli ha questa attrattiva in più, che attraverso ciò che è diventata si può ripensare con nostalgia a quella che era.

Le città invisibili – Italo Calvino

Tradizionalmente, la gentrificazione è descritta come un fenomeno economico: l’aumento dei valori immobiliari spinge i residenti storici fuori dai centri, sostituiti da una popolazione più abbiente. Ma, questa definizione, oggi, è parziale.

La gentrificazione contemporanea non è solo un effetto di mercato: è una conseguenza culturale di un mutamento antropologico.

Alla base c’è una società che cambia forma: famiglie più piccole, popolazione in calo, relazioni sempre più mediate dalla tecnologia.

Gli spazi si svuotano non perché qualcuno li espropria, ma perché non servono più alle funzioni per cui erano stati proggettati.

La bottega, la piazza, il bar di quartiere — un tempo nodi della vita collettiva — perdono significato in una società che comunica e si incontra altrove. In una piazza virtuale immediata, istantanea.

Questa non è una gentrificazione visibile, fatta di cantieri e investitori, ma una gentrificazione immateriale: un processo che sostituisce la materia sociale con la sua proiezione digitale.

Le città cambiano perché cambiamo noi.


Dalla piazza al feed: la migrazione della socialità

Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so che sarebbe come dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato.

Le città invisibili – Italo Calvino

Le piazze erano spazi politici ed affettivi. Luoghi in cui il corpo aveva un ruolo: guardare, parlare, dissentire, incontrare.

Oggi, la socialità si è trasferita altrove — negli spazi algoritmici dei social network, nei feed, nei gruppi virtuali. È una traslazione della presenza, non la sua scomparsa.

La partecipazione politica, un tempo fisica, è diventata linguistica: si manifesta attraverso la parola, il post, la condivisione del contenuto.

I circoli, le parrocchie, i bar — infrastrutture dell’appartenenza — si svuotano perché la comunità non abita più luoghi, ma flussi, o meglio, relazioni virtuali.

Il “noi” è diventato una rete di “io” collegati da piattaforme che aggregano, selezionano e separano.

Non si tratta di un declino, ma di un adattamento evolutivo. Le generazioni nate connesse non percepiscono l’assenza del corpo come perdita, ma come condizione naturale.

La prossimità si misura in secondi, non in metri. La socialità non è più materia, ma linguaggio.


La dematerializzazione dei consumi

L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose: la tenaglia indica la casa del cavadenti, il boccale la taverna, le alabarde il corpo di guardia, la stadera l’erbivendola.

Le città invisibili – Italo Calvino

Il cambiamento non riguarda solo le relazioni, ma anche i gesti quotidiani.

Supermercati, e-commerce, abbonamenti digitali hanno ridefinito il modo in cui acquistiamo, scegliamo, ci rapportiamo al valore.

Un tempo si andava dal macellaio o dal fruttivendolo anche per parlare. Oggi, la spesa è un gesto efficiente, non relazionale.

La bottega chiude non solo perché il supermercato costa meno, ma perché la relazione non è più parte dell’esperienza d’acquisto.

La ricerca di varietà e convenienza ha sostituito quella di familiarità. Allo stesso modo, si legge online invece di andare in edicola, si compra un capo con un click invece di provarlo, si ordina la cena senza attraversare la strada.

È un processo di ottimizzazione sistemica che ha disarticolato la trama sociale delle città. Ogni gesto quotidiano — comprare, incontrare, comunicare — è stato dematerializzato, reso funzione pura. Il risultato è una città che resta fisicamente intatta, ma spiritualmente svuotata.


Le città turistiche: il bersaglio visibile

Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.

Le città invisibili – Italo Calvino

Nelle località a forte vocazione turistica, il fenomeno è più evidente.

Il turismo è spesso indicato come il colpevole unico della scomparsa dei residenti, ma il suo ruolo è in gran parte reattivo, non attivo.

Il visitatore non caccia l’abitante: subentra in uno spazio che l’abitante ha già abbandonato, per necessità o per adattamento.

La popolazione italiana è in calo costante, le famiglie si riducono di numero e dimensione, e molte case restano vuote.

Secondo i dati più recenti dell’ISTAT (ottobre 2025), l’Italia ha toccato il minimo storico di natalità: solo 1,18 figli per donna e oltre 10.000 nascite in meno in un anno.

È il segno tangibile di un paese che si ritira, di una società che si alleggerisce. Le città, svuotate di bambini e di famiglie, perdono la loro materia più autentica: la continuità.

In alcune zone — come la Penisola Sorrentina, ma anche i centri storici di Firenze, Venezia o Bari — trovare un affitto per una famiglia di classe media è quasi impossibile.

I proprietari, diffidenti verso le locazioni tradizionali e attratti da formule più flessibili, preferiscono tenere l’immobile vuoto o affittarlo brevemente.

Questa non è solo economia: è paura della perdita di controllo, una delle forme più sottili della dematerializzazione sociale.

L’abitazione, che per secoli era luogo d’identità e di continuità familiare, diventa oggi bene reversibile, parte di un flusso.


Il vuoto come forma urbana

Ma inutilmente mi sono messo in viaggio per visitare la città: obbligata a restare immobile e uguale a sé stessa per essere meglio ricordata, Zora languì, si disfece e scomparve. La Terra l’ha dimenticata.

Le città invisibili – Italo Calvino

Le città si svuotano di botteghe, di residenti, di funzioni quotidiane. Ma questo vuoto non è necessariamente decadenza: è riorganizzazione.

Come un organismo che cambia metabolismo, la città sta adattando la propria struttura a un modo diverso di vivere e percepire lo spazio.

Zygmunt Bauman parlava di modernità liquida per descrivere una società che rinuncia alla solidità in nome della velocità e della reversibilità.

Marc Augé definiva i non-luoghi come spazi senza identità, destinati al passaggio.

Oggi le nostre città sono entrambe le cose: liquide e non-luoghi. Non sono più contenitori di comunità, ma interfacce tra esperienze temporanee.

Il centro storico, un tempo cuore pulsante, si trasforma in palcoscenico per vite brevi — turistiche, lavorative o simboliche.

La periferia, invece, diventa deposito di residenze intermittenti. L’intera città si smaterializza, come la società che la abita.


La gentrificazione immateriale

Al centro di Fedora, metropoli di pietra grigia, sta un palazzo di metallo con una sfera di vetro in ogni stanza. Guardando dentro ogni sfera si vede una città azzurra che è il modello d’un’altra Fedora. Sono le forme che la città avrebbe potuto prendere se non fosse, per una ragione o per l’altra, diventata come oggi la vediamo.
In ogni epoca qualcuno, guardando Fedora qual era, aveva immaginato il modo di farne la città ideale, ma mentre costruiva il suo modello in miniatura già Fedora non era più la stessa di prima, e quello che fino a ieri era stato un suo possibile futuro ormai era solo un giocattolo in una sfera di vetro.

Le città invisibili – Italo Calvino

Qui entra in gioco il concetto di gentrificazione immateriale: non più la sostituzione di classi sociali, ma la sostituzione di funzioni e significati.

La materia non cambia solo padrone — cambia natura. Un quartiere popolare diventa area di consumo esperienziale, un’abitazione diventa spazio economico, una piazza diventa scenario per contenuti digitali.

La gentrificazione immateriale non è visibile nei dati catastali, ma nei comportamenti: nei centri storici che restano accesi ma non abitati, nei negozi aperti per pochi mesi, nei residenti che vivono “in affitto” anche rispetto alla propria identità territoriale.

È la gentrificazione della presenza: le persone restano, ma smettono di appartenere.


Le città invisibili

Eppure ogni notizia su di un luogo richiamava alla mente dell’imperatore quel primo gesto o oggetto con cui il luogo era stato designato da Marco. Il nuovo dato riceveva un senso da quell’emblema e insieme aggiungeva all’emblema un nuovo senso.

Le città invisibili – Italo Calvino

La gentrificazione e la dematerializzazione sono due linguaggi dello stesso racconto: quello di una civiltà che sta mutando struttura.

Non è una crisi, ma una evoluzione adattiva.

Le città si adeguano a una popolazione più rarefatta, più mobile, più digitale. Si restringono, si alleggeriscono, diventano organismi più fluidi, meno legati alla permanenza.

Il compito di chi osserva non è quello di opporsi, ma di comprendere. Di leggere il vuoto non come assenza, ma come segnale.

Italo Calvino, in Le città invisibili, scriveva che “ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”. Forse oggi il deserto non è più fuori dalle mura, ma dentro di esse: è la rarefazione della presenza, la scomparsa della materia.

Le nostre città, sempre più invisibili, continuano a riflettere noi stessi — il modo in cui abitiamo il tempo, non più lo spazio.

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