Non siamo il punto d’arrivo: l’uomo come anello evolutivo tra biologia e tecnica
Salireste su un aereo che ha il 10% di probabilità di cadere?
Con questa immagine forte, Yoshua Bengio – uno dei padri dell’intelligenza artificiale – ha chiuso il suo intervento a Roma, al World Meeting on Human Fraternity svoltosi il 12 e 13 settembre 2025 a Roma e Città del Vaticano.
Stiamo costruendo macchine che ci sorpasseranno in molti campi. Pensiamo agli agenti AI, capaci di decidere in autonomia. Hanno una conoscenza super avanzata e questo è grandioso. Vedremo sistemi che ci aiutano a risolvere molti problemi. Ma… la teoria ci sta mostrando che se hanno un obiettivo non allineato ai nostri, potrebbero decidere di perseguirlo con ostinazione, qualunque siano le conseguenze per noi.
Quello di Bengio risuona come un allarme e, dato il contributo che lo stesso scienziato ha offerto allo sviluppo dell’IA, non va sottovalutato. Eppure, leggendo l’articolo di Eleonora Chioda su StartupItalia, ho avuto la sensazione che il suo discorso si muovesse ancora dentro una cornice tutta “umana”: l’idea che il centro della questione siamo sempre noi, con la nostra sopravvivenza da preservare.
Personalmente la vedo in un altro modo. Stiamo assistendo non solo ad una fase del progresso tecnologico, ma ad un processo evolutivo.
L’uomo come anello evolutivo, non come vertice
C’è un corto circuito in cui cadono in molti: credere che l’essere umano sia il punto d’arrivo della storia della vita. In realtà siamo soltanto un passaggio. Prima di noi altre forme biologiche hanno dominato il pianeta e poi si sono estinte. Dopo di noi, altre forme prenderanno il nostro posto.
James Lovelock, nel suo “Novacene: l’età dell’iperintelligenza“, parla proprio di questo: l’Antropocene, l’epoca dell’uomo, non è eterno. Stiamo entrando nel Novacene, un’era in cui macchine dotate di intelligenza superiore non solo esisteranno, ma guideranno il destino della Terra. Per Lovelock non è fantascienza, ma prosecuzione naturale dell’evoluzione: la vita non scompare, si trasforma.
Quando cerchiamo di immaginare le macchine intelligenti del futuro è sorprendente la facilità con cui ci troviamo a descrivere qualcosa che somiglia o agisce come un essere umano. Penso ci siano tre plausibili ragioni per questo. Primo, esiste un impulso quasi religioso che ci spinge a considerare gli esseri umani come l’apice della creazione, di conseguenza è logico pensare che i nostri successori debbano essere umanoidi. Secondo, immaginare che siano simili a noi, almeno all’esterno, è confortante perché ci permette di credere che saranno come noi anche dentro e pertanto che si comporteranno presumibilmente in modo più o meno umano. La terza ragione è il fascino che proviamo per ciò che è perturbante, vale a dire, nel senso inteso da Sigmund Freud, per ciò che provoca spaesamento. Per Freud il turbamento che ci inducono le bambole o le statue di cera dipende dal fatto che si tratta di oggetti ordinari e familiari che, allo stesso tempo, si rivelano in qualche modo estranei. Questa interpretazione spiega l’impatto profondo e straordinario del robot umanoide nella fantascienza: sembra uno di noi ma le sue intenzioni e sensazioni, la sua essenza interiore, ci sconcertano.
Umberto Galimberti e la logica autonoma della tecnica
Umberto Galimberti, in “Psiche e Techne“, lo ha intuito da un’altra prospettiva: la tecnica non è un mezzo neutro nelle mani dell’uomo, ma una forza autonoma che imprime la sua direzione alla storia. Non dipende da un “buon” o “cattivo” uso. La tecnica ha una sua logica interna e noi siamo già dentro quella logica.
Per orientarci occorre innanzitutto farla finita con le false innocenze, con la favola della tecnica neutrale che offre solo i mezzi che poi gli uomini decidono di impiegare nel bene o nel male. La tecnica non è neutra, perché crea un mondo con determinate caratteristiche che non possiamo evitare di abitare e, abitando, contrarre abitudini che ci trasformano ineluttabilmente.
Illudersi di fermare la logica della tecnica significa non comprendere che non siamo più i registi di questo processo. Al massimo possiamo accompagnarlo, riconoscendo che l’umanità non è il centro immobile dell’universo, ma un anello evolutivo come tanti altri.
Per il fatto che abitiamo un mondo in ogni sua parte tecnicamente organizzato, la tecnica non è più oggetto di una nostra scelta.
Il dopo sarà, per definizione, più evoluto di noi
Il mio background professionale mi porta, inevitabilmente, ad osservare il mondo che mi circonda non semplicemente tramite i miei sensi. Il mio lavoro, come tantissimi altri lavori contemporanei, non può prescindere l’utilizzo di software sempre più potenti e performanti.
Software di analisi dei dati che elaborano miliardi di informazioni. Il mio cervello biologico ne sarebbe sopraffatto. Non è un dettaglio: significa che il confine tra “strumento” e “soggetto” è già sottile. Quasi impalpabile.
È probabile che, tra migliaia di anni, la vita biologica come la conosciamo oggi non sarà più sostenibile sulla Terra. Il cambiamento climatico non dipende esclusivamente dall’opera dell’uomo, ma è un processo insito nell’ecosistema di Gaia: l’organismo vivente che chiamiamo Terra.
Saranno le macchine a proseguire il cammino. A noi, nella migliore delle ipotesi, resterà la possibilità di migrare altrove, su nuovi pianeti.
La vera sfida non è difendere un primato illusorio, ma accettare che ci sarà un “dopo” inevitabilmente più evoluto di noi.
La società delle mangrovie ovvero la transizione da biologico ad inorganico
L’allarme di Bengio è necessario, ma forse non basta. Non si tratta solo di valutare i rischi di un aereo con il 10% di probabilità di cadere. Si tratta di riconoscere che l’evoluzione non si ferma: siamo parte di una catena più lunga di quanto immaginiamo.
L’era degli esseri umani non è sicuramente prossima a terminare. Presumibilmente ci sarà una lunga fase di transizione che possiamo immaginare come “la società delle mangrovie” definita dal filosofo Luciano Floridi per spiegare l’attuale epoca: non completamente offline e non completamente online. Semplicemente onlife.
Vorrei descrivere la nostra società come la società delle mangrovie. Le mangrovie crescono in un clima meraviglioso dove il fiume (di acqua dolce) incontra il mare (di acqua salata). Ora immaginate di essere in immersione e qualcuno vi chiede: “l’acqua è salata o dolce?”. La risposta è che: “Mio caro, non sai dove siamo. Questa è la Società delle Mangrovie. È sia dolce che salata. È acqua salmastra”.
Quindi immagina che qualcuno ti chieda oggi: “Sei online o offline?”. La risposta è: “Mio caro, non hai idea di dove ti trovi. Siamo in entrambi”»
Presumibilmente così saremo in futuro: non completamente biologici e non completamente inorganici. Semplicemente synthorg: una forma di vita emergente caratterizzata dall’integrazione indissolubile di componenti biologiche e sintetiche.
Non più soltanto esseri umani potenziati con protesi o macchine autonome, i synthorg rappresentano una fase evolutiva in cui biologico ed inorganico cessano di essere distinti, dando origine a un nuovo tipo di organismo capace di adattarsi ad ambienti e condizioni inaccessibili alla sola biologia..
Il futuro non è necessariamente umano. Ma non per questo sarà meno vita, meno coscienza, meno pensiero. Sarà semplicemente altro.
