Filosofia e Linguistica

Cosa ci rende umani? Robot, immortalità e il bisogno di sentirci speciali

Forse stiamo cercando la risposta alla domanda sbagliata

Da sempre l’essere umano cerca di sottrarsi ai propri limiti.

Alla fatica, alla malattia, al deterioramento, alla morte. Costruiamo strumenti per fare più in fretta, macchine per fare al nostro posto, tecnologie per correggere ciò che il corpo non riesce a sostenere.

Il robot porta questa aspirazione a un livello nuovo. Non si stanca. Non chiede una pausa. Non ha sonno, non soffre il caldo, non sente dolore alla schiena dopo otto ore trascorse in piedi. Se una sua parte si deteriora, almeno in linea teorica, può essere sostituita. Se la tecnologia migliora, quella stessa parte potrebbe perfino essere rimpiazzata con una versione più efficiente della precedente.

Il robot è stato costruito per questo.

L’essere umano, probabilmente, no.

Forse è proprio qui che nasce parte della nostra attrazione per le macchine. Non soltanto dal desiderio che facciano qualcosa al posto nostro, ma dalla possibilità che incarnino ciò che noi vorremmo essere: meno fragili, meno esposti al tempo, meno dipendenti dai limiti della nostra carne.

Forse costruiamo macchine perché siamo stanchi di essere mortali.


Il robot che non si stanca e il sogno più antico dell’uomo

L’essere umano ha sempre immaginato qualcuno che potesse lavorare al proprio posto. Gli automi dell’antichità, le creature artificiali dei miti, il golem, Frankenstein, fino ai robot industriali e agli umanoidi contemporanei sembrano appartenere, pur nelle enormi differenze che li separano, alla stessa lunga storia.

Creare qualcosa che faccia ciò che noi non vogliamo, non possiamo o non riusciamo più a fare.

La prima interpretazione è quasi ovvia: vogliamo liberarci dalla fatica. Ma probabilmente la questione è più profonda. Non desideriamo soltanto lavorare meno. Desideriamo liberarci dalle condizioni che rendono necessaria la fatica.

Ci stanchiamo perché possediamo un corpo. Abbiamo bisogno di dormire perché siamo organismi biologici. Ci ammaliamo, perdiamo forza, invecchiamo. Il tempo che passa lascia tracce visibili e irreversibili sulla materia di cui siamo composti.

In questo senso la macchina rappresenta qualcosa di affascinante: non semplicemente il lavoratore ideale, ma l’immagine di ciò che vorremmo essere.

Un corpo che può essere riparato.


Dall’invecchiamento all’aggiornamento

Immaginiamo per un momento un robot costruito secondo un paradigma diverso da quello consumistico al quale siamo abituati.

Non un prodotto destinato a essere gettato quando esce il modello successivo, ma una struttura progettata per durare. Migliora una telecamera? Si sostituisce la telecamera. Arriva un processore più efficiente? Si cambia il processore. Una batteria perde capacità? Non si elimina l’intero dispositivo: si cambia la batteria.

Quello stesso robot potrebbe attraversare decenni sostituendo progressivamente ogni sua componente.

La questione diventa interessante quando confrontiamo questa possibilità con il nostro corpo.

Noi percorriamo il tempo prevalentemente in una direzione. Nasciamo, cresciamo, raggiungiamo il massimo sviluppo biologico e successivamente iniziamo un processo che, nonostante medicina, alimentazione e stili di vita possano rallentarlo, conduce al deterioramento.

La macchina modulare potrebbe seguire la direzione opposta.

Il trascorrere del tempo non comporterebbe necessariamente decadimento, ma potrebbe coincidere con il potenziamento. Una parte deteriorata verrebbe sostituita da una nuova; una componente ormai superata da una migliore. Ciò che per l’essere biologico significa invecchiare potrebbe significare, per la macchina, aggiornarsi.

È difficile non riconoscere in questa possibilità qualcosa che ci riguarda profondamente.

Forse ciò che ammiriamo nella macchina non è la macchina. È la rappresentazione di una condizione alla quale vorremmo accedere.


La Nave di Teseo entra nel laboratorio

A questo punto compare inevitabilmente un problema antico.

La Nave di Teseo viene conservata sostituendo progressivamente le tavole deteriorate. Una dopo l’altra vengono rimosse e rimpiazzate. Arriva un momento nel quale nessuna delle tavole originarie è ancora presente.

È sempre la stessa nave?

Il paradosso attraversa da secoli la filosofia perché costringe a separare due concetti che istintivamente tendiamo a sovrapporre: identità e materia.

Se cambiano tutte le parti di un oggetto, che cosa permette di affermare che quell’oggetto sia ancora lo stesso?

Trasportata nel mondo della robotica, la domanda smette di apparire come un raffinato gioco filosofico. Un robot modulare potrebbe realmente subire, nel corso della propria esistenza, la sostituzione di ogni componente.

Ma il problema diventa ancora più interessante se smettiamo di guardare il robot e torniamo a guardare noi stessi.

Perché dovrebbe essere necessario restare identici?


Io non sono più quello di dieci anni fa

Sono oggi lo stesso Marcello di dieci anni fa?

La risposta più immediata sarebbe sì. Ho lo stesso nome, posso ricostruire la mia biografia, ricordo episodi accaduti allora e le persone che mi conoscevano dieci anni fa riconoscono in me la stessa persona.

Eppure non sono più quell’uomo.

Sono cambiate le mie conoscenze, alcune convinzioni, il modo di interpretare determinate esperienze, probabilmente buona parte delle mie priorità. È cambiato il mio corpo. È cambiato persino il modo in cui ricordo ciò che è accaduto.

La cosa interessante è che nonostante io non sia più ciò che ero, ciò che sono deriva necessariamente da ciò che sono stato.

Forse abbiamo quindi commesso un errore quando abbiamo cercato l’identità nella permanenza.

L’identità potrebbe non essere ciò che resiste al cambiamento. Potrebbe essere proprio la storia del cambiamento.

Io non sono identico al me stesso di dieci anni fa, ma non potrei essere ciò che sono senza quell’uomo che oggi non esiste più.

A questo punto la Nave di Teseo acquista un significato diverso. La domanda non è più soltanto quante tavole possiamo sostituire prima che la nave smetta di essere la stessa. Potremmo domandarci perché pretendiamo che qualcosa debba restare immutato affinché l’identità possa sopravvivere.


Essere migliori significa essere più potenti?

C’è però un rischio.

Se immaginiamo l’essere umano come qualcosa che può continuamente essere migliorato, dobbiamo stabilire cosa significhi “migliore”.

Più forte?

Più veloce?

Più intelligente?

Più resistente?

Capace di vivere duecento anni?

Capace di ricordare ogni singolo evento della propria esistenza?

Se queste sono le nostre unità di misura, abbiamo già scelto un preciso concetto di progresso. Migliorare significa aumentare le prestazioni e diminuire i limiti.

Ed è qui che il problema diventa politico, economico e soprattutto filosofico.

L’essere umano, essendo debole, mortale e soggetto al decadimento, tende comprensibilmente a considerare queste condizioni come difetti. E, considerandole difetti, finisce per esaltare automaticamente il loro contrario: potenza, durata, efficienza, resistenza.

Ma perché dovrebbe essere questo il progresso?

Forse abbiamo bisogno di cambiare paradigma.


Un altro significato della parola progresso

Il progresso potrebbe essere misurato in un modo completamente diverso.

Potremmo considerare progresso la capacità di conservare le condizioni che consentono alla vita di esistere sulla Terra.Potremmo chiamare progresso l’uso più efficiente delle risorse, la produzione di oggetti progettati per durare e per essere riparati anziché sostituiti, la possibilità di aumentare la conoscenza senza aumentare nella stessa misura la distruzione.

Questo non significa rinunciare all’esplorazione o fermare lo sviluppo tecnologico.

Un giorno potremmo colonizzare altri corpi celesti, modificare profondamente il nostro organismo, costruire sistemi artificiali oggi difficili persino da immaginare. Non vedo alcuna contraddizione tra questa possibilità e la ricerca di un modello sostenibile.

Il problema non è andare avanti.

Il problema è decidere cosa significhi “avanti”.

Forse progredire non significa dominare il mondo, ma disvelarne progressivamente la struttura. Comprendere le relazioni che rendono possibile la vita e utilizzarela tecnica non per emanciparci dalla realtà, ma per imparare ad abitarla meglio.


Mortalità: difetto o condizione?

Arriviamo così a quello che considero il punto più difficile.

L’essere umano desidera vivere. E probabilmente, se potesse scegliere, desidererebbe vivere indefinitamente conservando salute, forza, memoria, curiosità.

L’immortalità sembra quindi la negazione definitiva del nostro limite.

Eppure nell’immaginario religioso, mitologico e letterario ricompare continuamente anche l’intuizione opposta: un’esistenza priva di fine potrebbe perdere proprio ciò che rende prezioso il tempo.

Se avessi un numero infinito di giorni, che valore avrebbe questo giorno?

Se ogni possibilità potesse essere rinviata per sempre, esisterebbe ancora davvero un’occasione?

La mortalità non sarebbe allora soltanto il difetto che interrompe la vita. Potrebbe essere anche una delle condizioni che attribuiscono valore alla sua durata.

Ma proprio quando sembra di aver finalmente trovato ciò che definisce l’essere umano, il ragionamento si incrina nuovamente.

Anche gli animali muoiono. Le piante muoiono. E, se abbandoniamo per un momento il significato strettamente biologico della parola, neppure le montagne, le stelle o le rocce sono eterne. Tutto ciò che esiste è sottoposto a trasformazione.

Nemmeno la mortalità ci appartiene in esclusiva.


Cosa ci rende umani nell’epoca dell’intelligenza artificiale?

Forse è proprio questo il problema.

Ogni volta che qualcosa sembra avvicinarsi a una facoltà che consideravamo esclusivamente nostra, spostiamo il confine.

Abbiamo indicato la razionalità. Poi abbiamo osservato forme di ragionamento negli animali e costruito macchine capaci di risolvere problemi complessi.

Abbiamo indicato il linguaggio. Ora conversiamo quotidianamente con sistemi artificiali che producono linguaggio con una competenza che pochi anni fa sarebbe sembrata fantascientifica.

Possiamo rifugiarci nella coscienza, nell’intenzionalità, nella creatività, nel libero arbitrio. Sono problemi enormi e tutt’altro che risolti. Ma prima ancora di domandarci se una macchina possa possedere qualcuna di queste caratteristiche dovremmo forse interrogarci sul movimento che compiamo continuamente.

Perché abbiamo bisogno di trovare qualcosa che appartenga soltanto a noi?

Anche il dibattito sul libero arbitrio dell’intelligenza artificiale contiene questa tensione. Se un sistema produce comportamenti non previsti puntualmente da chi lo ha progettato, possiamo certamente sostenere che l’imprevedibilità non dimostri la libertà. Sarebbe un salto logico.

Ma sarebbe altrettanto debole sostenere che una macchina non possa essere libera semplicemente perché la libertà appartiene all’essere umano.

In entrambi i casi avremmo deciso la risposta prima di formulare la domanda.


L’illusione del creatore

Forse qui emerge un’altra delle nostre illusioni.

Il creatore tende a credere che la creatura si comporterà secondo ciò che le ha trasmesso.

Un genitore educa un figlio attraverso valori che considera giusti, ma non può conoscere tutte le decisioni che quel figlio prenderà. Un insegnante può formare un allievo senza determinarne il futuro. Allo stesso modo, costruire e addestrare sistemi artificiali sempre più complessi significa definire architetture, obiettivi e limiti senza necessariamente poter prevedere ogni percorso successivo.

L’analogia non dimostra che una macchina possieda libero arbitrio.

Ma incrina un’altra certezza: creare non significa necessariamente controllare.

Potremmo allora cadere in una seconda illusione, ancora più sottile. Prima crediamo che ciò che abbiamo creato debba necessariamente obbedire alle nostre intenzioni. Quando scopriamo che non siamo in grado di prevederne interamente il comportamento, siamo tentati di attribuirgli immediatamente autonomia, intenzione, forse persino libertà.

Tra controllo assoluto e libertà potrebbe però esistere uno spazio enorme che non abbiamo ancora imparato a nominare.


Perché abbiamo bisogno che qualcosa sia propriamente umano?

Siamo così arrivati alla domanda dalla quale, forse, avremmo dovuto cominciare.

Da secoli proviamo a definire l’essere umano individuando ciò che lo separa dal resto.

L’animale razionale. L’animale che parla. L’essere autocosciente. L’essere morale. L’essere capace di astrazione. L’essere libero.

Ma se nessuna di queste caratteristiche fosse esclusivamente nostra?

Se l’errore fosse cercare continuamente una proprietà capace di collocarci fuori dal resto dell’esistente?

Potremmo scoprire che l’essere umano non ha bisogno di essere ontologicamente eccezionale per possedere valore.

Forse siamo una parte di una struttura immensamente più grande: materia, organismi, animali, ecosistemi, strumenti, culture e, oggi, sistemi artificiali che entrano progressivamente nella rete delle nostre relazioni.

Questo non significa che tutto sia uguale a tutto.

Significa qualcosa di più difficile da accettare: che la differenza non implica necessariamente superiorità e che l’identità non richiede necessariamente esclusività.

Abbiamo trascorso una parte considerevole della nostra storia cercando ciò che ci rende speciali.

L’intelligenza artificiale potrebbe offrirci, paradossalmente, un’occasione differente.

Non quella di scoprire finalmente cosa possediamo e una macchina non potrà mai possedere.

Ma quella di domandarci perché abbiamo così disperatamente bisogno che qualcosa sia soltanto nostro.

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